E questo nella nostra famiglia - Parte III

Il salame ed il formaggio calabrese mantennero quello che avevano promesso ed improvvisamente fecero avvenire il miracolo inaspettato. Dopo alcune settimane mi venne infatti comunicato che, dovuto ad un errore nel calcolo del reddito di mio padre, avevo diritto ad un sussidio per lo studio all’Accademia . Naturalmente la direzione si scusava per l’accaduto assegnandomi un aiuto economico di 30.000 lire mensili.

Ero finalmente studente dell’Accademia. Era la metà degli anni 60, tutto il mondo era in un processo di trasformazione come mai prima di allora. La primavera di Praga aveva sconvolto le nostre coscienze, proprio quando era arrivato il miracolo economico. Con esso le proteste della Beat Generation contro la guerra in Vietnam, il credo di Martin Luther King, la nascita del movimento dell’arte povera, la rivoluzione culturale di Mao Tse Tung, il primo scontro studentesco a Valle Giulia a marzo del 1968 tra la polizia e gli studenti romani. Appartenevamo ad una nuova generazione. Per la maggior parte ci piaceva andare in Blue Jeans e nell’inverno indossare Loden e sandali norvegesi. Respiravamo l’aria fresca del processo di rinnovamento e dell’autodeterminazione, parlavamo un altro linguaggio che non era quello dei nostri padri, leggevamo Jack Kerouack, le poesie contro la guerra in Vietnam di Allen Ginsberg, le poesie di Mayakowsky, Pablo Neruda ed Eugenio Evtuschenko. Nelle nostre conversazioni a sfondo politico filosofico ci adornavamo con “ La metamorfosi di Kafka. La nostra canzone era : Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, la nostra musica quella di Joan Baez. Tutto questo e ancora di più era il nostro credo.
Credevamo in un mondo migliore, credevamo che tutti gli uomini potessero essere fratelli.

La politica ci interessava molto, seguivamo con attenzioni gli avvenimenti che succedevano nel mondo e nel nostro Paese sognando un giorno di dover partecipare noi stessi a formarla. Così anche a scuola la nostra classe non era suddivisa tra ragazzi e ragazze ma in due blocchi politici: la destra e la sinistra. E così come nel parlamento, sulla destra sedevano i simpatizzanti del Movimento Sociale Italiano e sulla sinistra i Comunisti/Socialisti. Un centro non esisteva. Ai giovani non piacciono i compromessi, per noi valeva il motto: tutto o niente.

Non c’è bisogno di immaginarsi quello che succedeva quando un compagno di classe del partito contrario non riusciva a risolvere un problema scolastico o alle domande del professore non sapeva rispondere. Tutti gli studenti del blocco contrario in coro: “ Che vergogna…….i comunisti non han cervello” oppure:“Professore abbi pietà ….non è colpa sua è fascista”.
“Dove eravamo rimasti ?” ci domandava il professore Palumbo , il nostro insegnante di storia del teatro e contemporaneamente rettore dell’Accademia. Noi tutti in coro: “Al Neorealismo” . “ Ohhh ragazzi , che grande movimento il Neorealismo…! La porta si apriva, qualcuno lo chiamava, lui usciva e non lo rivedevamo più. Alla prossima lezione succedeva esattamente lo stesso e dopo sei mesi eravamo sempre all’inizio del Neorealismo. Ma il professore Palumbo poteva permettersi questo ed altro, era un uomo molto richiesto, di una umanità e carisma che noi tutti percepivamo ed accettavamo fino al punto che lui poteva naturalmente fare con noi quello che voleva. Insomma era come se fosse un nostro amico.

Piccoli progressi li facevamo in altre materie ed anche nelle lezioni di ballo. A sinistra del corridoio era situata la sala di ballo per ragazzi e solamente una finestra in vetro la separava da quella per le ragazze che stava di fronte, dall’altra parte del corridoio. Dal corridoio, alzandosi sulle punta dei piedi , era possibile dare anche uno sguardo durante le lezioni delle nostre compagne .
Non mi sono mai interessato alle ragazze e nella maggior parte dei casi mi passavano davanti agli occhi senza che io me ne accorgessi. Ma fù allora che cominciai ad essere un maschio. Tra tutte le ragazze che prendevano lezioni di ballo ce n’era una che sembrava esser venuta da un altro pianeta, e che riuscì a destare il mio interesse – Si chiamava Livia.

Eh sì, era proprio vero, Livia non apparteneva a questo mondo! Se è vero che a generare la vita sulla terra sia stato un extraterrestre che ha portato sul nostro pianeta la scintilla segreta per accendere l’attimo, il respiro della vita, si potrebbe anche pensare che sia stata Livia, arrivata da un’extra galassia ad accendere la fiamma dell’amore.

Fossero vissuti Dante e Petrarca 600 anni dopo e avessero avuto la fortuna di conoscere Livia, avrebbero sicuramente lasciato perdere Beatrice e Laura, e avrebbero dedicato i loro versi sicuramente solo per lei.
Livia era di una dolcezza straordinaria! A scuola non apparteneva a quella categoria di studentesse, stile oche capitoline che, respirando già solo l’area dell’arte, starnazzavano nei corridoi dell’accademia quasi si trovassero già alla ribalta di Hollywood o Cinecittà.

Sebbene lei non fosse attraente o meglio non fosse una bellezza da dar subito all’occhio, cioè a dire non possedesse quello che normalmente in una donna fa la differenza: un bel paio di gambe su un bel corpo e un seno prosperoso, Livia aveva qualcosa di particolare, di straordinario, di enigmatico che riusciva a mettere nell’ombra tutte le ragazze che le stavano attorno. Possedeva quell’indefinibile “certo non so che!” che grazie a Dio non tutti riuscivano a vedere.
Ieri, sarebbe potuta appartenere ai versi di Dante o di Petrarca, oggi, alla spiritosità dei Sobornost, domani come astronauta, in una navicella spaziale proiettata verso Marte. Ovunque la sua bellezza non sarebbe cambiata perché Livia era universale!

Neppure i ragazzi osavano guardarla, ma nemmeno riuscivano a rispondere al suo saluto, tanto timore, la sovranità, la purezza e la gentilezza che lei possedeva e che incutevano rispetto e paura.
Io riuscivo a comunicare con lei. Parlare con Livia era come dialogare con la luna e con le stelle, alle quali ancora apparteneva. Lei riusciva ad essere assente e contemporaneamente presente, onnipotente, capace di dominare sempre lo spazio in cui si trovava.

Durante il ballo tutto il suo corpo, snello e slanciato ondeggiava nell’aria. Il suo viso grazioso, ovale era poggiato su un lungo e leggiadro collo. I suoi capelli castani erano lunghi e lucenti, avvolti in una bellissima treccia a spiga, le sue gambe e le sue braccia sembravano essere autonomi dal corpo ma si muovevano seguendo il ritmo della musica in modo dolce e femminile.
La prima volta la notai attraverso una piccola finestra a vetro del corridoio e non riuscivo a staccare gli occhi da lei. Sebbene io credo che lei mi avesse già notato da molto tempo, continuava ad ignorarmi e solamente quando alzai un braccio per farmi notare, si avvicinò alla parete e con un lieve sorriso sulle labbra ricambiò. Questa fu la scintilla della genesi che accese il mio amore per lei.
Per un momento, attraverso quella finestra-cornice ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad un quadro di Modigliani. Su quel bel collo così lungo erano posato un viso angelico e su di esso due bellissimi occhi a mandorla. Nelle pupille scure dei suoi occhi si rispecchiava tutta la malinconia, la dolcezza ma anche la tristezza del mondo. I suoi occhi parlavano di pazienza, comprensione, speranza, ma anche di sensualità, una sensualità segreta di cui forse io solo carpivo il mistero e che teneva lontano il desiderio mio di assaporarla per paura che la contaminassi.

Livia era bella, perché era così e così sarebbe dovuta rimanere.
In certo qual modo io ero contento che alla maggior parte degli studenti lei passasse inosservata, cosa che io penso ogni ragazzo desidera succeda alla sua amata, ma come detto , la bellezza di Livia non apparteneva a questo mondo, e grazie a Dio i miei compagni vedevano con i loro occhi terrestri solo le oche che correvano qua e là nella scuola.

Solo un altro studente al di fuori di me, si interessava di Livia. Era Giulio ed apparteneva ad una borghese famiglia romana.
Permanentemente io soffrivo della malattia di mancanza di denaro. Cosa avrei potuto offrire a Livia? Come avrei potuto concorrere con un figlio di papà che arrivava a scuola in Alfa Romeo Spider, indossava vestiti di Ermenegildo Zegna, cravatte di Dior e scarpe inglesi?
Naturalmente ero rattristato quando Livia, nella macchina sportiva decappottata di questo giovane passava dalla fermata dove io aspettavo il mio autobus e con un disinvolto “Ciao Enzo” mi salutava.

In quel momento mi sembrava fosse diventata come tutte le altre, anzi mi sembrava perfino di odiarla, ma questo fino alla mattina seguente quando compariva in classe e mi parlava, e tutto era dimenticato. Fortunatamente questo non succedeva tutti i giorni.
Nel frattempo mi ero fatto parecchi amici a Roma. Erano tutti giovani più o meno della mia età, alcuni erano studenti, altri cercavano un lavoro, altri ancora un soffio di fama : pittori,attori,studenti, disegnatori, poeti, scrittori falliti e fannulloni e chi più ne ha più ne metta. La sera ci incontravamo sempre allo stesso posto: al caffè Farnese sulla piazza Campo dei Fiori.
Lì si discuteva, si filosofava, ci azzuffavamo, litigavamo per poi essere più amici di prima. Parlavamo di politica, di futuro, di Dio e del mondo. Tutti partecipavano alle nostre discussioni social-politiche .
Solamente il mio amico Pepe soprannominato” Mangiacane” era ossessionato da un unico problema che lo tormentava giorno e notte “Mangiare, mangiare e nuovamente mangiare” . Il suo soprannome “Mangiacane” rispecchiava esattamente il suo stato di permanente morto di fame.
Di professione comparsa. Circa un metro e ottanta, estremamente magro. Il suo viso consisteva quasi solo di naso ed orecchie, il suo corpo di lunghe braccia e gambe su cui erano ancorati due piedi misura 56. Era l’attore ideale per i filmi di orrore. Comunque se lo si guardava attentamente in viso, cosa che si faceva raramente, poiché si preferiva guardarlo di traverso, si intravedevano due occhi umanoidi piccoli e rotondi che contrastavano completamente con la bruttezza della sua persona. Quando la sera tardi ci salutavamo ed ognuno andava a casa propria si evitava di dare la mano a Mangiacane, per un semplice motivo, te la stringeva fino a stritolarla. Aveva una mano ad aria compressa, lui lo sapeva e sorridente sia per farti arrabbiare, sia per gioco, spappolava le tue dita. Anche al braccio di ferro era imbattibile, non si capiva da dove provenisse tutta quell’energia su un corpo così magro e malandato.
Nondimeno mi piaceva il suo modo di vedere le cose, particolarmente la sua inclinazione a scherzare continuamente.”Vorrei che mia suocera fosse come Greta Garbo” mi disse un giorno. “Così bella?” no “Così morta” rispose.
Sua moglie Rosa era effettivamente un errore della natura. Il suo nome non si adattava a lei. Aveva una testa piccola,rotonda e denti storti,che somigliava ad un sorcio. I suoi capelli corti e rigidi, il colore del suo viso sbiadito. Per me era più un cactus che una Rosa. Mangiacane scherzava anche su sua moglie: ”Io l’ho conosciuta di notte , e si sa di notte tutti i gatti sono grigi”. Ma lui in verità le voleva bene poiché Rosa era calma, taciturna e pensierosa. I due si completavano a vicenda e vivevano in una specie di simbiosi. Il problema era che lui non riuscisse mai a guadagnare tanti soldi quanti gliene servivano per mangiare.
Vieni, t’invito a pranzo mi disse un giorno Mangiacane. Cosa un po’ strana dal momento che a lui i soldi non bastavano mai specialmente quando si trattava di soddisfare la sua fame cronica. Anche se si sentiva nell’aria che qualcosa non andava, il fatto che anch’io non avessi ancora mangiato,mi indusse ad accettare.
Mi portò a piazza Minerva dove era stazionato un grande bus della Croce Rossa.” Ecco” disse” siamo arrivati, mi danno duemila lire se dono il mio sangue e poi possiamo andare a prenderci una pizza”. Nel misurare la pressione del suo sangue risultò che era troppo bassa. “Mi dispiace” gli disse l’infermiere “non posso tirarle il sangue, la sua pressione è troppo bassa”. Mangiacane rimase calmo e non si scosse, sembrava che questo lui già lo sapesse. Sospirò e mandando giù la saliva disse: “ma non può tirarne un po’ di meno, diciamo… per 1.000 lire?” - e l’infermiere: “non faccia tanto spirito!”
Mangiacane ora incominciò a guardarmi in un modo strano mettendomi in soggezione. Sapevo già cosa volesse, per cui dissi: non ti mettere cose in testa…!

Ma ora Mangiacane non desisteva dal guardarmi fisso, avrei voluto dirgli : “beh andiamo via” e lui in quel momento disse:” Ma tu stai bene di salute?”
No risposi, sapevo dove voleva arrivare. Dico, “la tua pressione è a posto? Siamo amici e quindi puoi fare tu quello che volevo fare io.”

Avrei potuto dire di no? Ma come avrei potuto fare? In fondo si era offerto per sacrificarsi con quegli occhi di cane affamato. Poi per l’amicizia che esisteva tra noi due decisi di tendere il braccio e mentre l’ago si infilzava nella mia vena, Mangiacane pensando forse di essere in Transilvania, disse all’infermiere: “lui la pressione ce l’ha buona , forse lei può tirarne un po’ di più, diciamo per 3.000 lire” e rivolgendosi a me sussurrò :” almeno per due pizze… “ma l’infermiere non rispose e fece quello che era previsto. Con duemila lire ci diedero una pizza e mezza che naturalmente dovevamo dividere, infatti Mangiacane si mangiò quella intera e a me spettò la metà.

Per tenermi anch’io un po’ a galla decisi di trovarmi un’occupazione qualsiasi, sia anche come comparsa, double o un ruolo secondario. Ma anche questo fù molto difficile.
Il mio svantaggio consisteva nel fatto che le mie sembianze erano troppo normali, un viso da ragazzo ordinato, educato e piccolo provinciale.
Mentre per Mangiacane questa difficoltà sembrava non esistere.

Era proprio a causa del suo macabro aspetto che ogni tanto gli veniva offerto un ruolo di comparsa in un film o in un pezzo teatrale, sia pure per fare il ruolo di un criminale o di un vampiro. Al contrario di me, lui possedeva un viso da carattere, speciale, adatto al ruolo di Dracula o ad un criminale . Mentre io, al contrario, sembravo un ragazzetto, bellimbusto con la pelle abbronzata e liscia, capelli scuri e luccicanti,due grandi occhi verdi-marrone, labbra carnose ed un poco di malinconia sul viso. Quindi un bel viso, ma che non diceva niente, diceva il mio insegnante, buono solo per romanzi d’amore, fotoromanzi o per il sofà.
Questo mi faceva molto arrabbiare, e non passava giorno che io non mi guardassi profondamente allo specchio alla ricerca di un segno di mascolinità, forse di più barba o un paio di rughe maschili sulla fronte che mi facessero sembrare più interessante. Ma niente, il mio viso era completamente liscio, quasi stirato e non voleva cambiare. Talvolta la frase ”ma lei sembra più giovane degli anni che ha” bastava per rovinarmi la giornata.
Solo qualche volta con un po’ di fortuna riuscivo ad avere qualche piccola parte di comparsa, come ragazzo per bene o con un ruolo di donna ,mentre Mangiacane, col suo viso tempestato di acne, riceveva offerte migliori e poteva spesso godersi la presenza ravvicinata di donne belle ed interessanti.
Inoltre la mia sfortuna, era anche quella di possedere un’ulteriore problema: Avevo paura del bacio, si avete capito bene : del baciare. E se è vero che tutto ha una causa ed una sua origine, penso questo era da attribuire al mio primo bacio con la mia prima ragazza : Emilia.
Quel bacio aveva il sapore di cavolfiore. E siccome fino ad allora non avevo mai baciato nessuno in bocca, presi uno choc immaginandomi che ,ogni bacio dovesse avere il sapore di qualcosa ed era di quel sapore che io avevo paura.
Il mio problema divenne col passare del tempo una malattia tale, che io ora camminavo sempre con uno spazzolino da denti ed un dentifricio in tasca, cose che per la maggior parte offrivo alla mia partner nel caso la recita prevedesse un bacio.

Che quello che portavo in tasca sarebbe potuto servirmi per altri motivi, non lo pensavo nemmeno lontanamente.
made by Aessandro
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